Personaggi
Gli Oblivion
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Li hanno definiti "un mix tra il Quartetto Cetra e i Monty Python". La loro versione dei Promessi sposi, compressi in soli 10 minuti musicali, è la più cliccata di Youtube con oltre 830mila visualizzazioni. Stanno girando l'Italia con il loro ultimo spettacolo, sotto la direzione di Gioele Dix, senza risparmiare comparsate in radio e televisione, non ultima una recente apparizione a Parla con me, il talk-show di RAI 3 condotto da Serena Dandini, nella puntata di venerdì 9 aprile. Loro sono gli Oblivion, gruppo di nascita bolognese e formato da cinque elementi di straordinario talento artistico.
Sul loro sito si presentano così: «Dunque... qualche anno fa ci definivamo “un gruppo di giovani artisti”. Ora siamo un po’ meno giovani. Speriamo almeno di essere un po’ più artisti.
Veniamo tutti da esperienze diverse: c’è un mimo-sputafuoco, una urlatrice emiliana, un musicista medievale, una ballerina di tip tap... volendo potremmo aprire un circo. Abbiamo anche alcuni animali.
Ci siamo conosciuti facendo Musical, la nostra vera passione. E la nostra vera formazione.
In questi anni di lavoro insieme, poi, abbiamo frequentato una palestra di tutto rispetto, scegliendoci maestri (virtuali ahimè...) quali il Quartetto Cetra, Rodolfo De Angelis, Giorgio Gaber, ma anche i Monty Python e, ancora una volta, il Musical americano. E tanti altri ancora...
Quello che è risultato è un’identità artistica che ha come punti di forza il “sound” inconfondibile delle voci armonizzate e una spiccata vena comica e parodistica dei testi e delle situazioni messe in scena. Un teatro che può essere commedia musicale, rivista, spesso è parodia, cabaret, a volte si avventura persino nel terreno della narrazione o del teatro canzone, ma appare sempre segnato da un’imprescindibile relazione con la musica. Quella musica che proprio grazie all’incontro col teatro sviluppa all’ennesima potenza la propria capacità di coinvolgere, divertire ed emozionare.
Con la stessa cura e passione che mettiamo nelle produzioni, da anni svolgiamo un’intensa attività didattica, sia autonomamente che nelle scuole superiori, avvicinando così i più giovani ad un teatro musicale fatto di fatica, sudore e tanto divertimento. Di quello buono.
»

Il loro umorismo fine e intelligente (come veramente da tempo non si trovava in giro), la loro bravura nel canto e nel ballo e la loro presenza scenica hanno incantato tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederli nell'Oblivion Show, spettacolo che ha toccato anche la nostra città e che sarà ancora nei teatri italiani fino a maggio, in attesa della tournèe estiva che da Luglio a Settembre li porterà nuovamente alle luci della ribalta in giro per lo stivale.
Sul loro sito, molto aggiornato, è possibile spulciare i loro spettacoli precedenti e si può trovare anche una ricca raccolta di brani audio e video per godersi appieno un assaggio della loro bravura e della loro comicità.
Il nostro consiglio? Seguirli e naturalmente appena possibile andarli a vedere dal vivo... non ve ne pentirete!
 
Carlo Chionna
imprenditore e stilista bolognese

Passione, qualità e stile sono i valori con cui ogni giorno Carlo Chionna pensa e realizza i sui capi. E sono gli stessi valori che contribuiscono a rendere così unico il Made in Italy nel mondo.
Per questo Carlo è in prima linea nella tutela di questo enorme patrimonio artistico e stilistico che possediamo e dobbiamo valorizzare. Tutte le sue proposte, infatti, sono di produzione esclusivamente italiana, dal filo delle cuciture, i bottoni, le etichette e i tessuti, fino ad arrivare alle lavorazioni più particolari. Perché a Carlo il Made in Italy piace viverlo e non solo raccontarlo. Tanto da metterci la faccia! Carlo Chionna è arrivato in alto contro tutto e tutti; partendo da una sua idea geniale, Carlo Chionna è oggi un creativo di successo. Pur non essendo ancora nella ristretta elite delle grandi marche della moda, la sua azienda di anno in anno continua a crescere e capita sempre più spesso di riconoscere persone che indossano i suoi famosi calzoni avvolgenti.
Sottolineo questo aspetto dal momento che la cosiddetta “moda parlata”, mai vista per strada, per via del doping comunicazionale
sui media, corre il rischio di essere dominante rispetto alla “moda indossata”. Ci sono infatti stilisti dei quali nessuno ha mai visto un abito che sono divenuti delle vere e proprie superstar. Tutti sanno chi sono, tutti pretendono di parlarne con discernimento anche se difficilmente possono dire di avere visto un loro abito reale.
Rispetto a questi, Carlo Chionna appartiene ad un’altra categoria di creativi. Il suo essere personaggio si diffonde insieme a ciò che concretamente produce e vende. La notorietà della sua marca non dipende dalle emozioni fredde trasmesse dai media. Si relaziona piuttosto ad un gioco interessante che vede interagire eventi, emozioni calde ovvero vissute soprattutto dal corpo di chi partecipa, che trovano poi un riscontro nelle sensazioni positive trasmesse dal prodotto.
Una delle caratteristiche principali degli abiti di Carlo Chionna potremmo avvicinarla con la parola friendly, amichevolezza: le sue creazioni se non ne abbiamo fatto l’esperienza, sembrano decisamente sottotono rispetto i virtuosismi di stile imperanti; il design dei suoi prodotti appare semplice, minimale, essenziale. Ma poi quando l’indossiamo avviene la metamorfosi, ovvero quei tessuti e quelle forme che avevamo avvicinato un po’ distratti, ci coinvolgono facendoci sentire a nostro agio.
Da dove viene questa caratteristica così seducente della moda 9.2? Mi ha sempre colpito il fatto che quando sono stato invitato alla sue sfilate, feste o eventi, improvvisamente Carlo Chionna spariva dalla circolazione, per materializzarsi dopo un po’ dietro ad una consolle per animare attivamente la serata con una scelta di musiche che denotava grande competenza e un saperci fare da Dj professionista.
Un giorno nel corso di una conversazione Carlo Chionna mi disse che tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta sbarcava il lunario facendo il Dj e che la musica da discoteca era la sua grande passione. Comprenderete quindi perché, per me, sia ben più di una congettura l’idea che lo stile di Chionna debba moltissimo alla sua esperienza di Dj. Non si può animare le nottate di discoteche come il Byblos di Riccione, all’epoca una delle disco più famose in Italia, senza un talento particolare per la musica che comunica con il corpo. Aver praticato il contatto con migliaia di giovani appassionati del divertimento notturno ha plasmato lo stile di Chionna, conferendogli quel carattere avvolgente tipico dell’arte del DJ: un grande Dj è impensabile senza l’effetto di termodinamica musicale dovuto all’energia del pubblico.
Il successo della musica delle discoteche, troppo sottovalutato dai puristi dei concerti o del disco, dipende soprattutto dall’interazione
con il corpo. Non mi sorprende dunque se l’abilità emergente del Chionna creativo della moda si riscontra soprattutto nel contatto con il suo prodotto.
Ma c’è dell’altro. Il look pulito e gioioso 9.2 o della linea Carlo Chionna, mi ricordano i tempi non lontani quando la bella discoteca era la regina incontrastata della notte. Dalla metà degli anni novanta in poi, il lato oscuro del divertimento di musica e ballo ha preso il sopravvento. L’immerdamento dark è divenuto una costante. L’elogio sconsiderato della transe ha fatto dimenticare l’emozione di divertirsi in mezzo ad un pubblico di amici. Gli effetti sono direttamente visibili: la discoteca è a rischio di estinzione. Per fortuna la buona musica e i Dj di talento non mancano. Per fortuna ci sono creativi come Chionna che dalla musica hanno saputo trarre spunto per restituirci mode divertenti e leggere. Chissà, forse il successo di 9.2 annuncia un ritorno alla centralità della discoteca contro le pesantezze di rituali affascinanti ma ingestibili e alla lunga invivibili.

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Eugenio Riccomini PDF Stampa E-mail

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altNato il giorno dell’infausta conquista di Addis Abeba, Eugenio Riccòmini si è laureato a Bologna con una tesi d’argomento seicentesco.
Per più di vent’anni ha lavorato nell’amministrazione statale: a Venezia, a Bologna, a Ferrara e poi, come soprintendente, a Parma. Ha curato restauri di qualche interesse, come quello della facciata di San Petronio a Bologna, e delle due cupole del Correggio a Parma.
Dall’oscuro lavoro nelle soprintendenze ha tratto molte soddisfazioni, e qualche libro: un paio sulla pittura ferrarese, un altro paio sugli affreschi del Correggio, e un altro paio ancora sulla scultura emiliana e romagnola d’età barocca; e ha curato la più grande esposizione d’arte che mai si sia vista, e cioè quella sul Settecento emiliano, tenuta in cinque sedi nel 1979. In quell’occasione ha anche dato alle stampe un volume sull’arte a Parma nel secolo dei lumi.
Dedica molto tempo alla forse superflua fatica di chiarire al pubblico i sensi riposti o apparenti delle opere d’arte, e per questo s’è dato all’insegnamento, tenendo conferenze un po’ ovunque e lezioni dapprima all’università di Messina e poi a quella di Milano. Ha diretto per qualche tempo i civici musei d’arte antica di Bologna, città in cui ha svolto per molti anni le mansioni di consigliere comunale nonché, di tanto in tanto, di assessore e di vicesindaco.
Ha pubblicato, allegata in fascicoli a un quotidiano bolognese, la sua opera inedita L’arte a Bologna.
 
"Onorevole Giacomino, salute!" PDF Stampa E-mail
Scritto da Danila   
Lunedì 16 Febbraio 2009 11:54

Giacomo Bulgarelli - foto alive da Quotidiano.netNegri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Che per chi tifa Bologna, è una poesia da sapere a memoria.

Ci sono persone che con la propria vita e le proprie scelte segnano la storia. Giacomo Bulgarelli è una di queste: per il Bologna FC, che perde la sua bandiera proprio a un passo dal Centenario, e per Bologna intera, di cui Giacomino era perdutamente innamorato. Se ne va un uomo semplice, espressione di un calcio che non c'è più, in cui i calciatori erano persone comuni e normali, in cui i colori erano un valore e la fedeltà ad essi una scelta di vita. E Bulgarelli al rosso e al blu del Bologna ha consacrato tutti e 22 gli anni della sua carriera, collezionando 486 presenze ufficiali e 58 gol, fino al suo ritiro il 4 maggio 1975. Per lui, bolognese verace di Portonovo di Medicina, tifoso da sempre, aver indossato per tanti anni la fascia da capitano era un onore, tanto che rifiutò la corte di un club come il Milan. Un infortunio al ginocchio durante la partita con la Corea nel Mondiale del '66 pregiudicò la sua carriera in Nazionale, che era iniziata a soli 21 anni con una doppietta contro la Svizzera (esordio assoluto finora mai eguagliato) e che si concluse con la vittoria agli Europei di Roma nel '68 dopo 29 presenze e 7 gol in maglia azzurra.

Bulgarelli era il simbolo del Bologna di Fulvio Bernardini, quello di cui si diceva "così si gioca solo in Paradiso". Quel Bologna che nel '64 capitanato da Pavinato riuscì a vincere uno scudetto impossibile contro il potere della Milano calcistica (infamanti accuse di doping poi rivelatesi un evidente complotto) e contro un destino avverso che a soli 4 giorni dallo storico spareggio contro l'Inter aveva deciso di portare via il presidentissimo Dall'Ara.

Bulgarelli era bolognese dentro, con la sua discrezione, la sua schiettezza, la sua ironia sempre pungente ma mai fuori posto, che lo contraddistinse anche negli anni della sua carriera da seconda voce come telecronista calcistico, prima a Telemontecarlo poi anche a Rai e Mediaset. Coppia perfetta con Massimo Caputi (i più giovani li ricorderanno anche nei videogiochi calcistici per la Playstation), faceva sfoggio delle stesse qualità che metteva in campo da giocatore: umiltà, equilibrio, intelligenza, esperienza.

Il 12 febbraio l'Onorevole Giacomino (così lo chiamava il super-tifoso Gino Villani ogni domenica dai distinti) se n'è andato dopo una lunga malattia. Se ne va quello che insieme ad Angelo Schiavio è stato il più grande giocatore della storia del Bologna, sicuramente il più amato. Per noi tifosi, se ne va un enorme pezzo del nostro cuore, e un giocatore che non avremo mai più.

Ricordo, durante i festeggiamenti per la promozione in serie A al termine della scorsa stagione, di aver incontrato Bulgarelli quando la pasticceria Zanarini aveva organizzato un rinfresco per la squadra. Eravamo in un gruppetto di amici dello stadio, nella speranza di salutare mister e giocatori. Già evidentemente segnato dall'età, Bulgarelli si complimentò con noi, perchè gli faceva piacere vedere tanti giovani seguire il Bologna. Il "suo" Bologna che ne piange la scomparsa, con la società che progetta di ritirare la maglia numero 8 e che lavora insieme all’amministrazione comunale per onorare nel modo migliore la memoria del suo Capitano, con i suoi compagni di squadra, con il fiume di tifosi che oggi hanno affollato la Cattedrale di San Pietro e via Indipendenza per porgere in silenzio con la sciarpa rossoblu sollevata l'ultimo, doveroso omaggio a un giocatore-simbolo del calcio italiano, che ha incantato chi ha avuto la fortuna di vederlo in campo, e che ora gioca davvero in Paradiso.

C'è solo un Capitano.